sabato 11 agosto 2012

Sliding doors

Chi non ricorda quel grandissimo tormentone degli anni '90 con Gwynet Paltrow? La bella biondina si trovava ad un certo punto di fronte ad un bivio della vita, rappresentato dalle porte scorrevoli della metropolitana, e il film mostrava poi quale piega avrebbe preso la sua storia se avesse scelta l'una o l'altra via.

Ieri è venuta a trovarci una mia amica e collega dei tempi della specializzazione. Non ci vedevamo da quasi due anni (ero incinta di Nanetto) e di cose da raccontare ce ne erano parecchie. In un paio d'ore di chiacchiere mi ha aggiornato su tutto il gossip dei miei ex colleghi, professori, tutor, insegnanti. Io forse di cose da raccontare ne avevo meno, ultimamente sono diventata un po' monotematica (figli, figli e... l'ho già detto? Figli!), per cui sono stata parecchio ad ascoltare.
Mi è sembrato di essere spettatrice della mia possibile vita.
Se quel giorno non avessi deciso di rifiutare la borsa di studio che mi era stata proposta, di tornare al natio paesello e di iniziare il Corso di Medicina Generale, forse oggi sarei al suo posto: l'anno successivo lei accettò l'offerta che io avevo rifiutato.
Da quel giorno sono passati sei anni.

Lei  ieri era bella e abbronzata, magra come l'avevo lasciata, in partenza per le vacanze. Lei e il marito postano splendide foto di viaggi esotici su facebook, lei si muove spesso in giro per l'Europa tra meeting e convegni. Ha tanti colleghi che la stimano per il suo lavoro, ha appena superato brillantemente il concorso per un posto di ruolo in ospedale, segue studi, pubblica articoli, tiene seminari (brava D., sono contenta che tu abbia superato la paura del pubblico!!). E' molto contenta di ciò che fa, e si vede.
Mi anche raccontato delle discussioni tra colleghi, delle angherie quotidiane che ha dovuto sopportare per raggiungere il suo attuale ruolo, di come gli specializzandi di oggi siano delle serpi che si mordono tra di loro (mentre noi eravamo un bellissimo gruppo), di come talvolta il proprio lavoro non venga apprezzato da colleghi invidiosi, di come la gerarchia sia ancora piuttosto rigida. Mi ha raccontato, sorprendendomi positivamente, di un concorso limpido e pulito. Mi ha ricordato tutte le bassezze e le piccolezze del mio vecchio professore, che non è cambiato di una virgola.

E io?
Io ieri ero spettinata, con le occhiaie e le patacche di pappa sui pantaloni. Ogni due parole mi interrompevo per sedare un litigio o consolare un pianto. In meglio e in peggio, la mia vita è cambiata enormemente, in questi sei anni. Lo ammetto, mi mancano molto i convegni, i seminari, l'aggiornamento continuo. I viaggi e -perchè no?- gli hotel a cinque stelle che adesso vedrei solo col binocolo. Mi manca la ricerca, sentirmi pioniera in un campo che nessuno ha ancora esplorato. Studiare, leggere riviste, scrivere articoli. Fare parte di un team, avere colleghi di grande esperienza da cui imparare quotidianamente.
Ma ieri ho anche sentito con grande forza che la scelta che ho fatto è stata giusta. Innanzitutto uscire dalla logica delle gerarchie, del clientelismo, del nepotismo. Non volevo più essere una ex-studentessa a vita, una tirocinante perenne. Non sono più stata trattata con sufficienza. Non ho più dovuto sopportare richieste assurde da parte di sedicenti capi. Non ho subito invidie e colpi bassi. Il medico di famiglia è spesso solo, nel bene e nel male. Nessuno gli ordina come e quando prendere le sue decisioni. Certo, questa "solitudine" a volte potrebbe tramutarsi in autoreferenzialità, questo è il rischio. Per adesso però mi va bene così. Da quando ho preso quella decisione, non mi sono più chiusa nel bagno del reparto a piangere, come facevo periodicamente allora. Nessuno mi ha più sbraitato ordini in corridoio o umiliato di fronte ai pazienti. Nessuno ha più messo in dubbio la mia professionalità. Ho avuto modo di costruire la mia famiglia, senza nessun superiore che mi intimasse di "non farmi mettere incinta" (sic!).

Una coincidenza fantastica: lei sta per firmare il suo primo contratto a tempo indeterminato, così come (probabilmente) me. Entrambe a 38 anni diventiamo grandi, finalmente.
Sono contenta che D. sia felice: ha intrapreso la strada che le è più congeniale, e comincia finalmente ad avere delle belle soddisfazioni.
Io ieri mi sono accorta che ho rinunciato a molto. Che forse potevo fare una brillante carriera: le premesse c'erano. Invece ho scelto ciò che desideravo. Per me nessun successo può essere gratificante se non si addice al mio modo di essere. Come ho scritto nel mio profilo: io sono Marghe. Mamma. Medico.

2 commenti:

  1. quanto mi ci ritrovo nelle tue parole...anche a me quando incontro i miei ex compagni alle cene di classe (che facciamo ancora ogni anno) viene in mente come sarebbe stata la mia vita se non avessi avuto Diego così presto,mi sembra di non aver battuto tanti sentieri e di essermi persa tante possibilità, ma poi mi chiedo se tornando indietro avrei preso una scelta diversa e mi rispondo di no,che la gioia della famiglia e dei figli è senza confronti... e poi grazie a come sono andate le cose sono arrivata a questo lavoro che amo! se le scelte si fanno col cuore le soddisfazioni arrivano... a ognuno le sue!

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    1. In realtà, credo che sarebbe il massimo non dover scegliere. Avere figli e/o famiglia oppure fare carriera? L'inghippo è lì.
      Ma mi rendo conto delle difficoltà, specialmente al femminile, ahimè.
      Sono convinto che tu non debba avere rimpianti né rimorsi perché quello che trapela dai tuoi post è una grande serenità e felicità. E' difficile pentirsi quando si vive in questo stato. Sì, avresto potuto fare altro, invece hai fatto e fai ... altro. :-)

      Ammetto che intimoriscono anche me, moltissimo, le dinamiche accademiche, forse non troppo distanti dalle vostre. A me piacerebbe diventare docente di letteratura russa, e vedo fin da ora la massicca presenza di leccanatiche e arrivisti da farmi accapponare la pelle.
      L'importante è crederci, e portare alla ribalta modelli diversi.

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