domenica 21 agosto 2016

Primi giorni, prime impressioni

Siamo in terra danese. 
La casa è veramente bella, sia per la sua struttura, un po' rustica e imperfetta, con il pavimento in vero cotto e i mattoni grezzi intonacati di bianco, sia per la sua fantastica posizione, a due passi dal mare, con un grande parco proprio dietro lo steccato del giardino. La sensazione è un po' quella delle vacanze, che scendi in spiaggia direttamente in costume e torni su ancora bagnato dopo i tuffi.
La fatica è veramente tanta, però. Un conto è muoversi da soli, un conto coi bambini, che si stancano, strillano, vogliono attenzione e attenzione e -l'ho detto?- attenzione.
Sono rumorosi, urlatori, maneschi: passano ore ad azzuffarsi e parlare a voce altissima. L'altro giorno, all'Ikea (grande il triplo di quella anconetana, ci abbiamo messo 3 ore a girarla), Fagiolino ha ringhiato a due bambine e spinto un bambino che gli rubava un gioco: questi piccoli biondi danesi sono completamente indifesi di fronte a tanta aggressività (che in Italia passa invece del tutto inosservata) e se ne scappano piangendo dai genitori che ci guardano orripilati.
D'altro canto, se in Italia reagiremmo con una sonora sgridata, qua non è ben visto nè il gridare ai bambini, nè -figuriamoci!!- prenderli per un braccio e portarteli via: ti guardano tutti come se fossi un orco. Beh, immaginate 3 figli che urlano e si rincorrono e si rotolano per terra e si spintonano per tutta l'Ikea, stanchissimi loro e stanchissimi noi, e non puoi neanche sgridarli, e però ti guardano tutti male perchè fanno troppo casino. Uno stress che ci ha fatto coniare un nuovo termine: STOMACOSSO (=stomaco così contratto e duro da diventare di consistenza ossea). Non c'è Peridon o Pantoprazolo o Maalox che tenga, contro lo stomacosso. 

Nonostante le letture angoscianti di pagine facebook di italiani expat, che riportano pratiche burocratiche complicatissime e file estenuanti, la nostra esperienza con gli uffici danesi per ora è stata più che positiva: siamo stati accolti e coccolati all' International Citizen Service di Odense, i bambini riforniti di giochi e materiali per colorare, attese brevissime. Sarà perchè avevamo già preparato tutto in anticipo. Sarà perchè Jørgen, il recruiter con cui ho preso i contatti fin dal primo momento, è stato come sempre professionale ed efficiente, tanto da essere presente nel giorno del nostro arrivo. Sarà perchè avevamo tutti i documenti in regola, o forse perchè c'è necessità della mia figura professionale. Insomma, è andata liscia.

Entrare in una casa COMPLETAMENTE vuota è snervante, e per quanto sei preparato e hai preparato i bambini, e hai raccontato loro (e anche a te stesso) che in fondo è come stare in campeggio, e dormire per terra è fantastico, "facciamo finta di guardare il cielo stellato"... dopo cinque giorni sei stanco. Non avere nemmeno le sedie ci ha però dato l'occasione di fare colazione di fronte al mare e cenare sul tavolo del parco giochi: come sempre da una mancanza nasce un'occasione.

Siamo in crisi con l'immondizia: qua non si riciclano molte cose che siamo abituati a riciclare, e non abbiamo ben capito come funziona il ritiro a domicilio. Come nella famosa storiella, può funzionare tutto a meraviglia, ma se non funziona il... foro di uscita, tutto si blocca e si incasina! speriamo di trovare presto il bandolo della matassa.

Io sono stata fin da bambina un'animista convinta: sono certa che le cose abbiano una loro anima e oggi mi sono trovata a commuovermi pensando alla nostra casa italiana. La casa qua, pur vuota e con le sue scomodità, è veramente meravigliosa, e io mi sento di tradire quella italiana, che abbiamo sistemato e organizzato a nostra immagine. Mi sento di farle uno sgarbo e lei se ne dispiacerà. E allora per dispetto elenco le cose scomode (e anche scontate, lo so...) di qua, così mi sento meno in colpa:

-Lavandino della cucina minuscolo, lo scolapasta mi ci entra appena (lo so, non è pensato per le magnate italiane, ma io ero abituata al mio 2 vasche)
-Niente scolapiatti, nè gocciolatoio. Niente. Ma se sporchi un bicchiere e gli dai una sciacquata, poi, dove lo devi mettere?
-OVVIO: la mancanza di bidet. Ma questo ce lo sapevamo, no?
-I fuochi a induzione. Saranno moderni, ma a me fanno cagare: ci mettono ore a scaldarsi, e le modifiche di potenza sono lentissime. Non sarà un caso che gli chef usano il gas, no?
-La porta che si apre solo col codice, niente chiave. Se va via la luce, come si fa??
-Qui i ragni sembrano proliferare alla velocità della luce, ma perchè?

Oggi siamo stati a fare una passeggiata a Marbaek, la zona verde 10 minuti a nord di casa nostra: km e km di boschi sul mare, che ci ricordano il Monte Conero. Si cammina tra gli alberi, in sentieri che un po' si addentrano e un po' sbucano sul mare, tra abeti, pini, faggi, e cespugli di more e rose canine. Il bosco dà sul Vadehavet National Park, che è un parco marino istituito per proteggere la miriade di uccelli che passa di qua durante le migrazioni. Verso l'interno ci sono dei laghi (non so se salmastri o meno) dove oggi abbiamo visto le mucche fare il bagno. Insomma, le bucoliche dietro casa. Ci siamo portati a casa un bottino di more che ora stanno cuocendo in forno in un clafoutis.

Il tempo per ora ci ha graziato, donandoci 3 giorni di sole pieno e gran caldo (mi sono pentita di non aver preso neanche una maglia a maniche corte), e 3 giorni di pioggerellina sottile alternata ad arcobaleni e nuvolette. Non poteva esserci imprinting migliore per i nostri bimbi.



domenica 24 luglio 2016

L'infinito

Alla radio, mentre guido, c'è una canzone che improvvisamente evoca i miei 18 anni. E nei 3 minuti della canzone mi scorre davanti l'ultimo anno di liceo, quando sapevo che avrei voluto fare il medico, anche se ancora non avevo ancora idea di cosa significasse.

Gita di fine anno nella festosa Spagna degli anni 90: la prima volta all'estero senza genitori.
Mi sentivo libera, libera libera e piena di vita. Le mie prime trasgressioni, che a pensarci adesso mi inteneriscono, che a confrontarle con quelle di un attuale quattordicenne sembrano ridicole: le sigarette, i (tanti) bicchieri pieni di ghiaccio e Grand Marnier o Cointreau, o vodka, passare la notte nella camera dei ragazzi, con i professori che facevano la ronda fuori della porta, il gioco della bottiglia, obbligo o verità. Quella camicetta trasparente che mettevo per andare in discoteca, il bagno vestiti nella piscina dell'hotel, il tuffo nel Mediterraneo gelido con la paura della punizione degli insegnanti. C'era una frenesia, una voglia di correre, di scappare in avanti, una curiosità di guardare al di là della siepe che non ho provato mai più in modo così travolgente, ingabbiata successivamente nei miei tomi universitari e nel rigore autoimpostomi nello studio. C'era un turbamento e un languore che mi struggeva e mi eccitava e stravolgeva; c'era una sensualità che comandava ogni nostro gesto di tardoadolescenti e ci faceva sentire temerari e sfrontati. Dormivamo pochissimo, bevevamo tanto, ci sfioravamo, ci guardavamo negli occhi, c'erano silenzi lunghissimi e risate fragorose. Il sesso non aveva ancora svelato tutti i suoi misteri, eppure c'era sesso ovunque, in ogni tocco e sguardo e ammiccamento. Non si poteva, non si doveva superare il limite, e compensavamo con sguardi che ci davano i brividi. Tanta vita è venuta dopo, i successi e i fallimenti, le soddisfazioni professionali, la disperazione e la solitudine, il tradimento dei valori e delle amicizie, la deprivazione emozionale, lo stordimento di storie e persone che andavano e venivano. E il sesso: non più immaginato, il trasporto della passione o la noia della consuetudine, l'amore rabbioso e quello dolce, gli amorazzi di una serata, il piacere e anche, talvolta, il fastidio. E poi l'amore finalmente pieno e totale, il compimento di una strada tortuosa iniziata da tanto, la famiglia, vedere sè stessi moltiplicati negli occhi dei figli. Ma solo poche altre volte mi è accaduto di vivere l'esaltazione febbricitante di quella settimana di vacanza, quando tutto il mondo era a portata della mia mano, tutto era possibile perchè tutto era immaginabile.

Ieri GF ha compiuto 42 anni, e fra poco li compirò anche io. Abbiamo avuto una rara occasione di relax in questi giorni frenetici, una sdraia sotto le stelle, la vista del mare, della luna, delle nostre Marche, che fra poco saluteremo, una birra fresca in mano e una musica easy nelle orecchie. Eravamo al compleanno di un amico di sempre: 50 anni.  E ho pensato che una volta si andava alla gran festa dei 20 anni, mentre ora cominciano le feste per i 50.
Io gli anni che ho non me li sento, dentro. Il fisico, quello sì, è uno sfacelo, ma se dovessi azzardare la mia età direi che ho 28 anni. L'età in cui mi sono liberata delle regole familiari e ho avuto obblighi solo verso me stessa, ma con tutto il futuro davanti e tanti anni per realizzarlo. Sento che tutto può essere, tutto POSSO essere. E' stata una serata dolce, c'era il profumo dell'estate e quella brezza di mezzanotte che ti rinfresca l'appiccicaticcio dell'afa diurna. GF era vicino a me e ho rievocato quella sensualità dei 18 anni, la stessa esaltazione. E GF sempre, da sempre e per sempre nei miei occhi, oggi come allora.

No, non ho più 18 anni, nè 28. Ci sono momenti in cui mi dico: "sono amica di B. da 30 anni, ho questo ricordo di 35 anni fa..." sorprendendomi io stessa di queste cifre. E però io sento che ancora tanta parte del mio futuro è là, oltre la siepe, e io, Noi, stiamo per andare a prendercelo.

sabato 16 luglio 2016

Io e le mie colleghe

Meno un mese alla partenza. Si comincia a mettere in ordine, raccogliere scatoloni, buttare quello che non serve più.
E ovviamente in questa operazione di decluttering non possono mancare bilanci e riflessioni.

Ieri sono stata a cena con le mie colleghe-amiche, per dirci arrivederci. Siamo state proprio bene, chiacchiere, aneddoti, pettegolezzi e risate. 
Sono stata proprio fortunata, dal punto di vista dell'ambiente di lavoro, in tutti questi anni. Sono sempre stata circondata da persone disponibili e collaborative, pronte a darsi reciprocamente una mano quando c'era bisogno. Sia durante gli anni della specializzazione a Ferrara, che durante gli anni della medicina generale e della guardia medica non ho mai sperimentato prevaricazioni e divisioni e so che questa è una vera rarità.
Ho riportato tante volte su questo blog lo sconforto di un lavoro a tratti insoddisfacente, la mia rabbia per le ingiustizie o le indifferenze di dirigenti poco oculati, il dispiacere del sentirmi poco apprezzata.
Ebbene, in un mondo così, l'environment diventa ancora più importante, addirittura fondamentale per tirare avanti. E, lo ripeto, io sono stata proprio fortunata. Con le mie colleghe e colleghi ci siamo sempre dati una mano, sia professionalmente che umanamente, non è MAI capitato un episodio spiacevole, una recriminazione o un'accusa. Non oso neanche immaginare che inferno sarebbe potuto essere se fossi capitata (e capita, capita...) tra colleghi invidiosi a fare lo slalom tra dispetti e sgambetti professionali.
Ricordo benissimo gli anni dell'università, dove certi patetici personaggi ti guardavano in cagnesco anche se facevi solo un esame più brillante del loro, o che ti sgomitavano in corsia per attirarsi le attenzioni del professore di turno. Io fin da allora sono sempre stata un'outsider, una che tirava dritta facendosi i fatti suoi. Ma tra medici dicono sia importante (o forse necessario) stabilire una rete di conoscenze, costruirsi ad arte rapporti (spesso a soli fini utilitaristici) di reciproco scambio (=do ut des) per poter sempre dire "io sono amico di...". Salvo poi ritrovarsi col culo per terra appena il tuo "amico" si scorda di te se/quando gli fa comodo.
Sarà per questo che di tutti i 100 e più colleghi di università quelli con cui ho mantenuto una vera amicizia sono meno di 5. Sarà forse per questo che alcuni dei patetici personaggi di cui sopra sono conosciuti professionisti con la targa di ottone sul corso principale della città e io ancora mi arrabatto.
Tuttavia, ho fatto quello che la mia natura mi diceva di fare.
E credo di averci guadagnato in serenità e coerenza. Non mi sono mai dovuta guardare le spalle.
Anche le mie colleghe stanno un poco ai margini, come me: persone tranquille che cercano un bilancio tra lavoro e vita privata e famiglia, che non immolano tutte le proprie energie (fisiche ed emotive) sull'altare della carriera. Non hanno rimorsi, stanno a testa alta. E io sono stata bene con loro.
Mi sento di ringraziarvi tutti e tutte, per avere reso piacevole la navigazione in questi mari tempestosi.

sabato 18 giugno 2016

Le mie prime dimissioni

Non so neanche più quante volte in questi ultimi mesi ho compiuto un gesto del quale mi sono detta: "da qui non si torna indietro". Quando ho accettato il nuovo lavoro, quando ho firmato il contratto, quando l'ho comunicato alla mia famiglia, quando ho firmato il nulla osta per il cambio di scuola di Fagiolina. Oggi ho fatto il più difficile: rassegnare le dimissioni. Di questi tempi, dare le dimissioni da un lavoro a tempo indeterminato, uno stipendio discreto e soprattutto sicuro, non è facile. Un incarico senza ferie, senza aspettative, senza malattia, senza maternità, ma comunque un lavoro che mi ha permesso di portare avanti la mia famiglia per cinque anni. Ho avuto tanti dispiaceri, su questo lavoro; primo fra tutti, e non lo dimenticherò mai, il dolore e il senso di ingiustizia per dover lasciare Fagiolino e Nanetto a 3 mesi di vita per i miei turni di 12 ore. E i miei genitori o GF che mi portavano in ambulatorio un Nanetto disperato dalla fame perchè lo allattassi. E il senso di frustrazione e di inadeguatezza quando i bambini piangevano mentre uscivo per fare la notte. E i saluti frettolosi, le cene fatte in piedi o non fatte per niente, e GF da solo a prepararli alla mattina. Ma ho anche conosciuto delle Colleghe e Colleghi fantastici, disponibili, onesti e collaborativi come ce ne sono pochi, purtroppo, nel nostro ambiente. Ho avuto la riconoscenza e il supporto di tantissimi pazienti, ho imparato a conoscere le persone, le loro case, le loro piccole difficoltà quotidiane. Credo di essere stata di aiuto ad alcuni di loro. Ho ricevuto gesti di stizza, di rabbia, di disperazione, di minaccia, di supporto, di riconoscenza, di amicizia. Ho visto le case di centinaia di persone: mi sono fatta un calcolo approssimativo e avrò fatto oltre 5000 visite, in questi 5 anni (ma sono 15 anni che faccio, anche se non continuativamente, questo mestiere, quindi sono certamente molte molte di più). Ho imparato a non aver (quasi) più terrore delle notti da sola, a mantenere il sangue freddo...ove possibile, a confrontarmi con la cronicità e con le urgenze. Credo di aver imparato a parlare con la gente.

Oggi ho scritto la prima lettera di dimissioni della mia vita.
Questo lavoro non prevede aspettative, sono una libera professionista, se sospendo la mia attività non ci sono alternative alla cessazione del rapporto di lavoro.

Oggi ho consegnato a mano le mie dimissioni: fare una raccomandata mi sembrava troppo impersonale.
I  miei superiori mi hanno a malapena degnata di uno sguardo, l'unica cosa che mi hanno chiesto è stata se davo un preavviso congruo. Nè un "in bocca al lupo", nè un "come mai?", o un "comunque, grazie" (ma questo di certo non me lo aspettavo, eh). Ho visto la totale indifferenza nei loro sguardi. Mi sono addirittura chiesta se effettivamente mi avessero riconosciuta.
Un medico, un professionista che dovrebbe essere una risorsa per questo Paese se ne va, e nessuno sembra accorgersene. Sono molto dispiaciuta, sembra che io non abbia lasciato nessun segno. Via una, sotto un'altra a sgobbare. Tutto questo non fa che rafforzare la mia determinazione. Cuocetevi nel vostro brodo: graduatorie bloccate, H16, H24, Sanità Pubblica, Sanità Privata, ECM, Decreti Ministeriali...non sono più affar mio.  
Come mi è capitato di ripetere più volte in questi giorni, raramente ho preso una decisione importante con così tanta sicurezza e fiducia, tuttavia... quanta, quanta amarezza mi lascio indietro!


mercoledì 20 aprile 2016

Alla ricerca di una scuola buona

Torno ancora una volta sull'argomento scuola.
La scorsa settimana abbiamo avuto i colloqui di Fagiolina. Tra le tante cose che metterò nel mio bagaglio di ricordi lasciando l'Italia, ci sarà lo sguardo ferito di una delle sue maestre. Ci ha confessato, con gli occhi lucidi, che sente di non essere riuscita a mettersi in contatto con la classe, di non essere stata capace di trasmettere loro ciò che avrebbe voluto. E ci ha detto, quasi bisbigliando, che facciamo bene a portare via Fagiolina. Che fiorirà di nuovo, in un altro ambiente. Che avrà finalmente il modo di essere fino in fondo la bambina speciale che è. Che ha grandi potenzialità che non è riuscita ad esprimere in questo ambiente sfavorevole. 
Il senso di sconfitta che emergeva dalle parole di questa giovane (ma esperta) insegnante ci ha toccati profondamente. Ci ha riempiti di tristezza per lei, e di rabbia per nostra figlia, per il suo futuro e quello di un'intera generazione. Di amarezza per questa Italia che non guarda avanti e non mette gli insegnanti nelle condizioni migliori per lavorare. Che guarda irrimediabilmente al passato senza accorgersi che la buona scuola è altro (leggete tutto l'articolo, è molto interessante: https://www.uppa.it/educazione/scuola/la-scuola-non-e-una-gara/).

"La scuola efficace è quella che sa trasformare la classe in un laboratorio di interazione continua e sistematica fra i bambini, che lavorano, insieme, in funzione di un’esperienza concreta e condivisa. Questo metodo permette, attraverso la problematizzazione, di attraversare gli errori e utilizzarli ai fini dell’apprendimento, piuttosto che della competizione.
Purtroppo l’Italia, in modo particolare con la riforma Gelmini che ha riproposto i voti nella scuola primaria e addirittura la possibilità di essere bocciati sulla base di un’insufficienza numerica, è regredita in maniera significativa. Valutare continuamente con dei punteggi numerici quello che l’alunno sta facendo significa interferire in modo arbitrario con quel flusso mentale, cognitivo, ma anche sensoriale, grazie al quale il bambino acquisisce una competenza. Le valutazioni negative non producono alcun miglioramento nel rendimento scolastico, costituiscono soltanto una modalità punitiva e mortificante."

Uscendo, mi risuonava in mente la scena de "La meglio gioventù", ormai vista e rivista decine di volte, specialmente da me che sono un medico. Una scena ambientata OLTRE 40 anni fa.


Ieri Fagiolina è stata male, e per un giorno è rimasta a casa.
Oggi è tornata a scuola e la maestra di matematica le ha dato per compito una scheda da completare. La stessa scheda su cui hanno lavorato ieri in classe, mentre lei era assente, e che avrebbero dovuto completare per domani. I suoi compagni hanno quindi avuto le ore in classe e 2 pomeriggi per farla. Fagiolina ha avuto solo oggi pomeriggio. Beh, nella scheda c'erano oltre 60 operazioni da svolgere. Dopo 8 ore in classe, perchè Fagiolina va a scuola a tempo pieno.
Essere stata male un giorno si è trasformata in una sorta di handicap e "recuperare" quello che non ha fatto in classe sembra una punizione.

Io non mi sento neanche più di criticare questo modo di fare la scuola. Non so più a chi attribuire colpe e responsabilità: la situazione è grave a così tanti livelli che ci vorrebbe, come si dice nel film, un'apocalisse, altro che una patetica riforma.

Io so solo che Fagiolina venne definita, anni fa, da educatrici di grande esperienza e competenza "una bambina straordinaria, una leader naturale, una fuoriclasse", e adesso me la ritrovo a piangere calde lacrime su decine di operazioni, a gridare "io odio i compiti! io non ci capisco niente! io non ci riuscirò mai!" e non so se è troppo tardi per toglierle dalla testa e dal cuore questa spina gelida che le è entrata dentro e che le fa credere di non essere capace di imparare.

In Danimarca non esistono voti fino a 13 anni, perchè "lo scopo dei primi anni di scuola è quello di sviluppare primariamente le competenze sociali dei bambini".
La premessa sembra buona, speriamo di ritrovare un po' di serenità.



lunedì 11 aprile 2016

L'accoglienza vs l'invadenza

Da un paio di settimane ho dato il via ad una operazione di decluttering estremo in casa. Complice il prossimo trasloco, ho deciso di liberarmi di una montagna di oggetti che giacciono da mesi, se non anni, nei meandri di casa e di rivenderli, riciclarli, regalarli e, solo se non c'è alternativa, buttarli. L'idea è quella di fare un po' di ordine, togliere di mezzo quello che tanto non porteremmo mai con noi in Danimarca e lasciare solo quello a cui siamo estremamente affezionati. Per quanto tutti quelli che vengono a casa nostra si stupiscano di quanto sia "vuota" e spartana (ci chiedono se ci siamo appena trasferiti quando, in realtà, stiamo qui da oltre 3 anni), le cose da eliminare non mancano di certo.

Ieri nel mio paesello c'è stato un mercatino svuota-soffitte in piazza e ho colto l'occasione di fare il mio banchetto di libri e oggetti usati.
Appena arrivata, alle 8,30, parcheggio temporaneamente davanti al ristorante della piazza per poter scaricare velocemente il banchetto e la mercanzia: tempo neanche 10 minuti e la padrona del ristorante (che sarebbe rimasto chiuso fino all'ora di pranzo) mi invita a spostare subito l'auto, che lì non può stare e dà fastidio.

La giornata poi è scorsa via abbastanza piacevolmente, con qualche vendita e qualche chiacchierata, complice il primo sole primaverile.
Ho scoperto che la mia vicina di banchetto di destra è anche una vicina di casa, mentre i miei vicini di sinistra erano due uomini marocchini con un tavolo enorme pieno di oggetti di ogni tipo.
L'organizzatrice del mercatino mi racconta che quest'anno ha dovuto faticare parecchio per ottenere i permessi per il mercatino: nonostante la giunta di sinistra, sembra sia indecoroso fare un'esposizione di cianfrusaglie e paccottiglia usata. Alcuni negozianti della piazza si sono lamentati e opposti, e non si sa se ci saranno altri eventi del genere. Inoltre, in questo periodo c'è un'importante mostra di quadri in città che attira molti turisti: che cosa potrebbero pensare di tutte queste cianfrusaglie che deturpano la bellezza della nostra gloriosa città??

All'ora di pranzo, mi volto un attimo verso sinistra e scorgo che si apprestano a mangiare uno stupendo cus cus da un'ENORME tajine. Una roba mai vista. Sorrido e auguro buon appetito, ma loro mi invitano, cucchiaio alla mano, ad unirmi a loro. Non ci metto molto ad accettare: troppo gentili loro e troppo invitante l'aspetto del cus cus, che io adoro! Condividiamo il pasto chiacchierando, e mi fanno notare come sia bello mangiare dallo stesso piatto, perchè i confini in quel momento non ci sono più.



Notano tra i libri usati sul mio banchetto Shah-in-shah di Kapuscinsky, (ho quasi tutti i suoi libri) che in copertina mostra una immagine di Khomeyni e da lì in un attimo cominciamo a parlare di religioni, di guerre, di sciiti e sunniti, di orrori e di pace. 


Mi raccontano brani del Corano, sorridiamo all'irrazionalità di alcuni dogmi ("ma se Gesù è il figlio di Dio, chi sono i suoi nonni?"). Io ascolto, confesso che per noi europei è molto difficile comprendere le spaccature interne all'Islam, dichiaro che a mio parere staremmo tutti meglio se non ci fossero religioni. Il tempo passa, offro loro un caffè, scherzano dicendo che è una cosa molto strana che un medico si metta a fare mercatini. Una persona "modesta", mi definiscono.

Ad un certo punto sento una nenia sommessa: uno dei due prega dopo aver steso il tappetino a terra. Si sente appena la sua voce, si avverte che è un momento di intimità.

Nel pomeriggio si materializza un vassoio d'argento con un delizioso tè alla menta che i due signori offrono orgogliosi a metà piazza.


Alle 18, arriva accanto a noi un gruppetto di persone. Piazzano proprio accanto al tavolo dei due marocchini una sorta di ambone, microfoni, altoparlanti. Infine sistemano un grande manifesto "missione in piazza" e l'immagine di Gesù. Iniziano canti a squarciagola nel microfono, bambini e adulti armati di chitarre che girano in cerchio, si allargano, invadono il corso. Raccontano al microfono di vite tristi e vuote che miracolosamente hanno acquistato un senso dopo aver conosciuto Gesù, cercano di coinvolgere la piazza. 
Sono invadenti, sono rumorosi. Non si riesce più a parlare con gli avventori del banchetto, anzi, le persone che passano corrono via veloci e non si fermano al mercatino: c'è troppo rumore, la passeggiata domenicale si fa per stare un po' in pace.
Dopo un'ora e mezza di preghiere e canti (parecchio lagnosi, tra l'altro...se questo deve essere un mezzo per fare proselitismo sarà il caso di trovare qualcosa di più accattivante!), la maggior parte di noi comincia a smontare  banchetti. Non ne possiamo più, ci è venuto il mal di testa. E la gente non si ferma neanche più a comprare, gira alla larga.

Me ne sono andata con un grande senso di fastidio, e anche di vergogna.
Avevo sperimentato la condivisione e il dialogo con questi due signori gentilissimi, avevo osservato il loro modo discreto di pregare e di vivere le loro tradizioni e convinzioni, e poi arrivano questi ferventi neocatecumenali, che devono sbandierare a tutti la loro fede, invadere gli spazi e rumoreggiare sguaiatamente di conversioni e peccato, sbatterci in faccia i loro bambini-soldato della fede. Questo secondo me è stato indecoroso, questo è stato volgare.
I due marocchini non hanno detto una parola fuori posto, neanche uno sguardo di fastidio nei loro confronti. Piuttosto una sorta di rassegnazione.
Ci siamo salutati stringendoci la mano, ma piuttosto sommessamente, le voci sopraffate dai canti microfonati.

Il ristorante, che a quell'ora apre per la cena, ha la vetrina coperta dal grande manifesto di Gesù. La padrona non fa neanche un accenno di protesta. Tutto va bene: quei canti sguaiati sono in italiano, quella piccola folla è dei nostri, tutti rispettabili e irreprensibili cittadini del paesello, famiglie per bene. Non venditori ambulanti, non spacciatori di cianfrusaglie che tanto rovinano il decoro della città. Non -non sia mai- stranieri islamici!

Ecco, io a tutti quelli che continuano a blaterare di islamici che ci sbattono in faccia la loro religione e la loro cultura, che si devono adeguare, che sono chiusi, che non vogliono integrarsi...gli avrei fatto passare una giornata come quella di ieri.

P.S. Mi chiedo infine se anche i "missionari in piazza" abbiano dovuto pagare la tassa per l'occupazione di suolo pubblico che invece è stata richiesta a tutti noi espositori.

mercoledì 6 aprile 2016

Rido e piango insieme

Ore 12,40 di un mercoledì di aprile. Squilla il telefono e vedo che il numero del chiamante inizia con +45: Danimarca. Faccio la figa e non mi faccio cogliere impreparata, rispondendo con un: "Hello, Margherita is here!"
"Buonciorno, io chiamo perchè so che avete delle domande per noi sulla scuola di Esbjerg".

Mi cade la mascella.

Il Comune di Esbjerg, come tante altre città danesi, ha un ufficio dedicato ai newcomers, per aiutare i nuovi arrivati a stabilirsi confortevolmente nella città. Durante i recruitment days fatti a gennaio a Esbjerg, la Regione Syddenmark e Workindenmark (le Agenzie che, di fatto, mi hanno offerto il lavoro) mi hanno fatto conoscere la responsabile del Newcomer's Service, con la quale siamo in contatto per tutto ciò che riguarda documenti, housing e scuole. Lei stessa, dopo averci chiesto le nostre preferenze riguardo la zona dove abitare, ci ha consigliato la scuola e il quartiere più adatto a noi. Ha contattato la scuola, inviando la richiesta per l'iscrizione nella receiving class (dove i bambini che non parlano danese sono inseriti per il primo anno, per facilitare loro l'apprendimento della lingua).
E oggi la scuola ci ha chiamati, per mettersi a nostra disposizione!

Fagiolina e Nanetto andranno in classe insieme, una classe di 12-15 bambini. Orario: 8-14.
"C'è da acquistare qualcosa, tipo libri, penne, quaderni?"
"No, forniamo tutto noi!"
[e mi viene da pensare alle 2 pagine di lista di materiale scolastico da comprare anche per l'asilo, qua in Italia]
"C'è da mettere un fondo cassa, tipo per gli acquisti della classe durante l'anno?"
"No, da qualche anno qua in Danimarca non è più legale dare soldi alla scuola pubblica."
[e mi viene da pensare che ci è toccato mettere un fondo cassa per fornire i bambini di acqua e carta igienica. Per non parlare del "contributo volontario"/obbligatorio che paghiamo ogni anno alla scuola elementare]

"I bambini devono portare il pranzo?"
"Sì, possono portare quello che vogliono. Faranno 2 pause durante la mattinata, perchè si sa, sono BAMBINI, e devono uscire tutti i giorni."

Occhi umidi.

"E devono avere un abbigliamento particolare? una divisa? o forse tutine impermeabili per stare fuori?"
"No no, nessuna divisa! Sì, una tuta impermeabile può essere una buona idea, perchè qua i bambini escono anche se piove...."

"Alla fine di giugno saremo ad Esbjerg per trovare la casa, sarà possibile venire a visitare la scuola?"
"Ma sì, certo, siete i benvenuti!!"

Lacrimuccia che mi si affaccia al ciglio.

"E...dobbiamo portare dei documenti, qualcosa per l'iscrizione?"
"Ma no, state tranquilli. I bambini hanno già il loro posto!"

"Io...io... ti ringrazio tantissimo, sei stata molto gentile! E... tu sei un'insegnante della scuola?"
"Ma sì!! IO SARO' L'INSEGNANTE dei tuoi bambini! Per me è stata una bellissima sorpresa sapere che ci saranno due bambini italiani nella classe!!"

E lì altro che occhi a cuoricino, io non sapevo più se ridere o se piangere.

NON SOLO la municipalità si è occupata di trovare la scuola adatta alle nostre esigenze, verificare che ci fosse posto nella receiving class e iscrivere i nostri bambini, MA la scuola si è procurata di CHIAMARCI per rispondere ai nostri dubbi, trovando un'insegnante che parlasse anche italiano (per essere sicuri di capirci bene), rendendosi disponibile per altri chiarimenti e per una visita guidata tutta per noi. 

Vabè, io non faccio altro che chiedermi dove sia l'inc..ata, perchè sembra TROPPISSIMO bello.

Boh, saranno per caso cattivissimi coi bambini??